Archivio Edizione 2025

Ascoltare il digitale: la ricerca umanistica di Alice Avallone tra small data, emozioni e futuri possibili

Studiare il presente per immaginare il futuro: è questo il filo rosso che attraversa il lavoro di Alice Avallone, docente di Data Humanism, ricercatrice e consulente per aziende e istituzioni. Specializzata nell’analisi degli small data e dei comportamenti online, Avallone indaga i segnali più sottili della nostra vita digitale – quelli che spesso sfuggono ai big data – per trasformarli in insight culturali, scenari narrativi e strumenti di comprensione profonda.

Fondatrice della rivista Nuok a New York nel 2009, con cui ha pubblicato guide di viaggio per Rizzoli e vinto riconoscimenti internazionali, è autrice di saggi dedicati alla scrittura e all’analisi digitale, tra cui #Datastories (Hoepli), Raccontare il Futuro (Scuola Holden) e l’ultimo Futuri Imperfetti (Cesati Editore). Dirige inoltre BUNS, osservatorio di antropologia digitale e scenari futuri.

In questa intervista ci accompagna in un’esplorazione lucida e appassionata del nostro rapporto con la tecnologia: dalle culture digitali emergenti ai rischi della polarizzazione, dai legami con l’intelligenza artificiale alla pressione relazionale che attraversa le nostre vite connesse. Un invito a guardare il digitale con occhi nuovi, più umani, più critici e più consapevoli.

Il 19 settembre Alice Avallone parteciperà alla Rome Future Week® come ospite dell’evento Mutazioni in corso. Attraverso il cambiamento in programma all’Acquario Romano, per dialogare e riflettere sui principali cambiamenti culturali, sociali e tecnologici che stanno trasformando il nostro presente e tracciando nuove direzioni per il futuro.

Alice, cultura digitale e analisi dei comportamenti online sono il suo pane quotidiano, tra le altre cose lei si occupa di etnografia digitale e small data. Di cosa si tratta?

Alice Avallone

L’etnografia digitale è, per me, un modo per ricordarci che dietro ogni tecnologia c’è sempre una persona. È l’arte di osservare, ascoltare e comprendere i comportamenti online come se stessimo studiando un villaggio, una tribù, un gruppo con le proprie regole, rituali, linguaggi. Solo che oggi il “villaggio” è liquido, mutevole: può essere un canale YouTube, una stanza su Discord, una serie di video su TikTok che usano lo stesso suono o uno stesso filtro. È lì che si sviluppano culture e sottoculture, visioni del mondo, identità, e io mi muovo come un’esploratrice che non giudica, ma cerca di raccogliere tracce e segnali deboli.

Gli small data, invece, sono quei dettagli minuscoli ma densissimi di senso che raccolgo durante queste esplorazioni. Un nome utente, un pattern visivo ricorrente, una bio scritta in codice emotivo, un emoji usata in modo originale, una caption che si ripete in certi contesti. Non servono milioni di dati, ma saper leggere quelli giusti, se vogliamo in qualche misura anomali. Gli small data parlano sottovoce, ma dicono molto: raccontano come ci sentiamo, come cambiamo, cosa ci emoziona o ci preoccupa. Sono un controcanto umanissimo nel rumore dei numeri. E soprattutto, sono l’inizio di insight trasformativi: quelli che non solo raccontano ciò che succede, ma spiegano perché, e aprono possibilità.

Che ruolo può avere l’etnografia digitale per capire e affrontare problemi attuali e contemporanei come la disinformazione o la polarizzazione online?

Un ruolo fondamentale, direi quasi imprescindibile. Perché se guardiamo ai fenomeni come la disinformazione o la polarizzazione soltanto attraverso percentuali e statistiche, finiamo per costruire soluzioni astratte. Ma la disinformazione non nasce dal nulla: nasce nei vuoti di fiducia, si nutre di paure, si amplifica nei gruppi dove le persone cercano conferme e appartenenza. L’etnografia digitale ci permette di osservare questi processi in tempo reale, dentro i luoghi digitali dove avvengono. Non da fuori, ma da dentro. 

Quando conduco ricerche etnografiche online, il mio obiettivo non è mai quello di “correggere” o “smontare” l’opinione altrui, ma di capire in che contesto prende forma. Cosa c’è sotto quella condivisione? Quale bisogno viene espresso? A quale dolore, a quale senso di esclusione o smarrimento si sta rispondendo? È un lavoro che richiede ascolto profondo, sospensione del giudizio, e capacità di entrare nel linguaggio dell’altro. Ma proprio per questo è efficace. Perché permette di progettare interventi culturali, educativi, sociali che partono dalla realtà vissuta delle persone.

Quali fenomeni digitali emergenti le sembrano oggi più interessanti o urgenti da osservare?

Ce ne sono diversi, ma provo a metterne a fuoco alcuni tra quelli che sto osservando in questo periodo. Il primo riguarda la riscrittura delle identità femminili nei contesti digitali: stiamo assistendo a una sovrapposizione inquieta tra iper-regressione (l’estetica “trad wife”, l’infantilizzazione della figura femminile, l’ideale della moglie sottomessa e devota) e ipersessualizzazione (con contenuti sempre più espliciti, venduti come empowerment). Due poli solo in apparenza opposti, che in realtà si tengono, e raccontano un desiderio di sicurezza e appartenenza dentro un mondo percepito come caotico e violento.

Il secondo fenomeno che osservo con grande interesse è quello delle relazioni mediate dall’intelligenza artificiale: dai chatbot affettivi agli assistenti virtuali con cui si instaurano veri e propri legami emotivi, fino ai personaggi generati per soddisfare bisogni relazionali, erotici, identitari. Non stiamo più solo usando la tecnologia, stiamo iniziando ad affezionarci a lei, e questo cambia radicalmente la nostra idea di compagnia, di amore, di intimità.

Il terzo riguarda il ritorno dei “luoghi chiusi” in rete come canali Telegram o forum privati. Dopo l’epoca della vetrina pubblica (Facebook prima, e Instagram e TikTok dopo), cresce la voglia di appartenenza, di spazi dove essere “tra pari”, con codici condivisi e una cultura propria. È lì che nascono oggi le narrazioni più interessanti, quelle che il mainstream intercetta solo quando è troppo tardi. Osservarle non è facile, ma è necessario.

Come possiamo continuare a dare valore agli small data e all’analisi qualitativa in un mondo dominato dai big data e dall’AI generativa?

Dal mio punto di vista, tutto parte da una domanda: vogliamo capire davvero o vogliamo solo confermare ciò che già sappiamo? I big data e l’AI generativa ci aiutano a ottenere risposte veloci, aggregate, statisticamente robuste. Ma per costruire strategie, contenuti, progetti significativi, serve andare più a fondo. Gli small data sono l’elemento che ci permette di distinguere un pattern da una verità umana. Non ci dicono solo cosa succede, ma come lo vivono le persone. 

Aggiungo anche un’altra riflessione: l’AI generativa sta cambiando profondamente il modo in cui produciamo contenuti, e proprio per questo abbiamo bisogno di una bussola sensibile. Gli small data ci ricordano che ogni narrazione automatica deve fare i conti con le sfumature, i sottotesti, i contesti emotivi. Quando affronto una ricerca aziendale o accompagno un progetto culturale, porto sempre questo messaggio: i dati qualitativi non sono “meno scientifici”, sono semplicemente più densi, più situati, più umani. E servono. Perché nell’epoca dell’abbondanza informativa, la differenza non sta nell’avere accesso ai dati, ma nel saperli leggere con intelligenza critica e creativa.

Secondo lei qual è la dinamica digitale – o le dinamiche digitali – più sottovalutata che sta influenzando profondamente le nostre abitudini quotidiane o relazioni umane?

Credo che una delle dinamiche più pervasive, e ancora troppo poco indagate, sia una sorta di pressione da performance relazionale. Oggi, il modo in cui ci mostriamo agli altri non è più limitato a incontri dal vivo o scambi privati: ogni nostra azione, anche emotiva, è potenzialmente visibile, condivisibile, valutabile. Questo crea una pressione sottile ma costante a dover essere sempre reattivi, sempre presenti, sempre connessi non solo tecnicamente, ma anche affettivamente. E ha conseguenze enormi.

La più evidente è il logorio della spontaneità. Ogni messaggio WhatsApp che lasciamo in sospeso, ogni storia Instagram che non commentiamo, ogni invito a cui non rispondiamo subito… tutto viene vissuto come una micro-frattura, come un segnale. Le relazioni diventano più fragili, più condizionate, più transazionali. E questo ha un impatto enorme sul nostro modo di essere in relazione. Non è una dinamica clamorosa, ma è profondamente trasformativa. E secondo me dobbiamo iniziare a darle un nome per poterla affrontare.

In un’epoca di iperconnessione e sovra-informazione, come possiamo sviluppare un uso più consapevole della tecnologia, a livello individuale e collettivo?

Ancora una volta, serve un cambio di prospettiva: smettere di vedere la tecnologia come un’estensione neutra del nostro corpo o come un mostro da temere, e iniziare a considerarla per quello che è: una relazione. E come ogni relazione, anche quella con la tecnologia può essere sana o tossica, profonda o superficiale, rigenerativa o logorante. A livello individuale, questo significa imparare ad ascoltarsi di più. Non solo chiedersi quanto tempo stiamo online, ma come ci sentiamo dopo. Quali emozioni ci lascia una sessione di scroll. Quali relazioni ci nutrono, quali ci svuotano. 

A livello collettivo, invece, serve un’educazione affettiva al digitale. Spazi dove parlare di tecnologia non solo in termini di sicurezza informatica o regolamentazione, ma in termini di vissuto, di corpo, di desiderio. Serve riportare la riflessione sul digitale dentro le scuole, le comunità, le aziende, ma con un linguaggio accessibile, concreto, empatico. Non è un tema da esperti: è un tema da esseri umani. E solo se lo affrontiamo insieme, con uno sguardo umanistico, possiamo davvero sperare di costruire un futuro tecnologico che non ci schiacci, ma ci aiuti a vivere meglio.

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